M.115

mare (magari! cazzo) – prato mare di spighe e terra che sale – pioppi sazi di sole (poi altri alberi che non so chiamare) – cielo e basta. ci mette una vita il sole a morire oggi.
noi a seguire profonde arterie di tenebra sotto all’epidermide periferica della metropoli dolce dolce come dolce è il mio sangue. microsatellite di cartilagine brucia ogni lucciola nel bosco. spiro il fumo dei cannoni che mi hanno trivellato, i proiettili erano sono dolci dolcissimi anche loro come dolcissimo è il mio sangue. il sangue ossigenato che scolo fra le piume che frullano frullano allo scorrere denso dell’aria che mi ci perfora in bicicletta e nella testa non riesco a fare a meno di parlarmi – parlarti – mi aiuta a ricordare poi, l’aria che mi attraversa adesso. mi ripeto – ti ripeto i concetti molte molte volte, la mente trivellata perde memoria ovunque e a tratti taccio
dipendenza dai colpi, emorragia dolce dolcissima e vorrei ricordare, so che non ricorderò.

la vita come risultato dell’inarrestabile amplesso del tempo che fotte con Dio
riconosco che è tutto un pisciare figli o ricordi in una culla di pizzo sfondato.
che poi altro non fanno che cadere cadere cadere cadere. a immagine e somiglianza, l’inesorabile precipitare isterico o parto eterno.

incontriamo una persona, un amico si dice (ma amico si dice quando ci fumi), fugace, un istante, lui non ci ha lasciato niente, e si torna in testa corpo e coda alla carovana – io e l’altro amico – attraversiamo il deserto di uomini passando per il supermercato – oasi il reparto di schimica – smontando infine davanti al Monumentale. la memoria ignora i contorni del viaggio e il concetto di tempo. un fagottino al cioccolato divorato e poi un altro e un altro poi. un gatto nero ci avvicina e ci offre un altro mezzo fagottino, lo accettiamo, ci è simile, ha una stella polare imputata sul petto. una macchia bianca. è bellissimo. sul gradino del marciapiede la piazza dietro ai raggi delle bici la piazza ci appare enorme e deserta, anche il gatto la guarda. l’amico il gatto ed io. e nessuno parla. qualcosa in ascolto di qualcosa – ascolto le vibrazioni sismiche dell’asfalto vivo sotto al culo alla schiena alla testa, la città dice
dormi dormi dormi sereno sei nei pressi sei di un cimitero su di te veglia un gatto nero.

accolgo altri colpi e mi lascio franare e godo dell’emorragia che scola scola dal cervello spaccato dalla sostanza. il tempo il tempo non esiste. io sì.