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Noi siamo. Cosa? Cosa siamo realmente? Questa domanda permane imperitura nella storia umana e come un lucchetto serra i confini della conoscenza. Cosa possiamo sapere più di quanto siamo in grado di nominare? Cos’altro ci riserva la mente che non la confusione della parola e il calderone dei sentimenti? Ma l’una e l’altra hanno difetti e, soprattutto, non sono complementari. Ovvero, supponiamo di ricondurre la religione alla sfera dei sentimenti: noteremmo che la religione è una docile supposizione, un’inganno della cultura e della storia. Tuttavia il suo potere sovrannaturale, il suo oltrepassare i limiti la rende irrinunciabile. Almeno così era finché l’uomo,creatura di tutto rispetto, non diventò un animale inconsapevole della sua condizione, intrappolato in migliaia di tentazioni. Dunque, il conflitto si propone tra linguaggio e psiche? Tra la rappresentazione e l’atto? Ma essendo per definizione la rappresentazione un qualcos’altro, un oggetto estraneo al rappresentato, come basare su di essa le nostre vite?

In un vicolo cieco,
vitreo lo sguardo
poggia piano l’attenzione alla pioggia.
Se ribaltato,
il vicolo è una reggia.

Questa poesia è un esempio, per concludere il ragionamento e non tediare ancora l’avventurosa lettrice o l’avventuroso lettore. Il segno suscita nell’immaginazione un ricordo (sempre d’esperienza si parla, o di fantasia). Questo ricordo s’aggancia al suo “evocatore” ma nella fuoriuscita si distorce diventando ibrido, una chimera sofferente a metà tra l’esistenza e l’inesistenza. Per non parlare inoltre delle giustapposizioni, degli stream of consciousness che, se nella mente si compongono di oggetti, nel parlato diventano parole e lasciano l’io, il punto di contatto tra ciò che c’è e ciò che non c’è, in una situazione di totale imbarazzo, incapace di svolgere il proprio compito di “catalogatore d’associazioni”. Come quei giochi che da piccoli ci divertivano, dove lo scopo del gioco era appunto associare forma e simbolo.

L’altra esperienza più simile alla poesia è indubbiamente il sogno, un universo alternativo dove, silenziosamente, l’esperienza distorta si risolve in una mistura di fantocci.

E i dipinti? La musica?

La soluzione è per me biologica, come la zanzara viene richiamata da certi ormoni dell’uomo, così i nostri sensi vengono “attivati” da ciò che è a misura nostra, da ciò che, senza saperlo, è ciò che siamo.