Poesie

Il letto di Anita che guarda lo stagno

E’ quasi l’una.
Un tempo, a quest’ora, dormivo da due ore e guardami adesso.. sono di nuovo davanti a questa tastiera…
La tua casa è qui vicino,
immersa nel buio di questa notte piovosa e sento che anche la tua luce è ancora accesa.
Io ho un divano da risistemare
e vorrei averlo messo in disordine insieme a te… magari adesso dormirei.
Ti mancavano le tue cose, mi hai detto
e così sei tornata indietro
ma giurerei che anche tu hai nostalgia del letto di Anita
e di quella finestra sullo stagno
dove sono rimasti i miei occhi
dopo averti sorvolato

BOLOGNA MEP

Voi
siete pezzi
di marmo,
d’ebano,
d’oro,
di madreperla,
di legno,
di diamante.
Frammenti d’opere d’arte
più grandi
a cui disperatamente
un giorno
apparterrete,
divenendo completi.
Io
invece sono un pezzo di vuoto.
Sono completo solo
quando mi stringo a pezzi diversi,
come lo spazio irregolare fra voi.
Essere parte d’un mosaico
cangiante, irrequieto,
un oceano poetico, caotico,
per riempire
il niente perfetto
di questa città.

Immaterialis Humanitas

Nell’eterogenesi dei fini, ebbra
danza la mia mente mentre
la mia penna canta una pioggerella acida
che poggia su carta ad orologeria.

La volontà è diventata una spastica apprensione
in loop si ripete una strada
o forse un copione; così
fischiando una nave si annuncia:
si sporgono allo scrìmolo, simili a ombre
di obliata esistenza, i pochi custodi dei luoghi
dai nodosi spiriti e aggrovigliati
come ceppi,
esulcerati rami,
a volte morti,
a volte terribilmente secchi.

Nell’aria di gelida risacca,
come la vita di passaggio,
Odo due voci di appello:
  Sono andati via tutti; nessuno è tornato.
Pareva detto da un mucchio di stoppia.
Ma era il rombo del vuoto,
Il silenzio di morte delle statue o
una rima balbuzziata, una poesia storpiata.

Poi, ché nessuno veniva all’orizzonte,
solo il verso del gabbiano
portato da un mortale flutto decumano.

I tuoi occhi verdi azzurri blu marroni e gialli

Scende l’inverno, ma non più mi tange
Assopito nel cuore il freddo
D’una vita di colpe, colpi, corpi.
Il torpore mi attanaglia, ma sono viva
– mi ripeto e mi scuoto.

Sei gelida – mi dici e mi prendi le mani.

Mi vedi dentro o senti solo la superficie?
È un dubbio che mi porto dietro,
Da quando mi sfiorasti la prima volta
Con i tuoi occhi verdi azzurri blu marroni e gialli.

E forse non sai di tutte le volte che mi riparo
Nelle tue iridi quando piove dentro le mie,
Come quando nel letto tiro le coperte fin sopra le orecchie
E tu mi chiedi: che stai facendo?
Mi sto solo crogiolando in questo tepore
E prego – ti prego, Dio, anche se non credo –
Che non mi possa mai scaldare.

Magari questa è la nostra tacita promessa,
per non smettere mai di toccarmi.