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Sfuggente Cosmico

Ti si riconosce nel cielo
lucore iridescente
eccitando i nostri sensi
dalle tre della cintura.
L’immaginazione stimolata
forte, tremenda,
dall’ignoto oltre di te:
nuvole di colori di strani spettri,
misteri di esseri prima di noi esistiti,
cassaforte di uno scibile di eoni remoti,
nitriti di strane forme occultate
dal forte chiarore del semplice esistere;
ed insieme,
scolorite e rossicce,
altre infinite proiezioni sul firmanento
accelerando in eterno
dal multicentrico universo,
da noi, limitate creature
poggiate sul davanzale
di una finestra nel tempo,
esplorabile solo
da caleidoscopiche e folli immaginazioni
che possiamo creare.

I secondi che ci separano dallo spettacolare crollo della diga

È cenere dispersa di sale azzurro il nostro arrivederci
Insopportabile bellezza di chiese vuote nel cuore della notte
Un incidente di felicità o giustificazioni in controfuoco
Corteggiando il pericolo lungo il precipizio

Ti lascio una mappa per attraversare la vita a velocità di cometa
L’incantesimo per trasformarti in un rovo di more
Ti lascio I gesti calibrati da attori della Hollywood underground
Il segreto di una festa che conosciamo solo io e te

Se solo il cane avesse smesso di sbadigliare un secondo prima
Forse Tutto sarebbe andato in modo diverso
Ma stavamo combattendo la nostra battaglia indecisi
Sull’aver il coraggio di partire o scegliere quello di restare

Ma La bestia si annida lungo il suicidarsi delle cose
Li dove i Sogni tolgono la voglia di essere raccontati

Poi Il silenzio era riuscito a vincere la sua battaglia
Contro il tuo respiro dopo aver scopato

Carità

Perfezionavamo la fame e la sete
Per nascondere le nostre tracce
E Con astuzie dei corpi migravamo
Verso perdute geografie minori

Eri bella e feroce nel tuo sorriso al contrario
in uno sguardo che non ha dove posarsi
Carità sulla polvere del mondo
Sulle sue briciole sul suo polline

La tua voglia che smisurava al ritmo del mare
Era Una superstizione a cui non credere
Era Farci monasteri di silenzio prendendo fuoco
Una favola malvagia sulla Ricchezza di mandorli

Ci sono tre fiammiferi inceneriti sul tavolo…
Oggi il cielo ha qualcosa da nascondere…
Poi in quell’attimo ci tuffammo in una poesia
Che era terra di poveri con fiori sulla lingua

Buono il tè?

Come se avessi già vissuto
una vita come quella che mi ronza
nei frammenti di memoria
sparsi nel disordine della mia testa.

Come se fosse già finito
– senza che nulla fosse iniziato –
splendidamente,
e ne senta ora i rimasugli di qualcosa
che mi manca,
che ho perso
e chissà dove ritroverò.

Come se avessi cinto il mio corpo intorno al tuo,
senza che sia mai accaduto,
eppure sento ora il profumo di quella tua felpa
mescolarsi al mio,
e ai nostri odori
che hanno infuso stanze e stanze
come bustine di un tè
che d’improvviso smetti di comprare.

Lo sai che qualcosa ti manca,
non bevi più quel tè,
hai messo da parte quella routine
che turbina ora negli abissi profondi
della clessidra del tempo assoluto.

Eppure quel sapore amarognolo c’è lí,
tangibile, come se potessi toglierlo
dalla bocca per vedere com’è per davvero,
per darne una forma,
averne un’idea non platonica.

Ma non c’è stato mai nulla,
è il mio vagare in aree non terrene
– dove i passi generano radici superficiali –
a fissarmi qualcosa nel corpo,
a sostenermi tra la realtà e il sogno
quando questi sono come il mare e il cielo di notte.

Chissà quale sarebbe quella bustina di tè.
Me lo chiedo e credo… credo di conoscerne l’aroma.

Amo respirare il tuo respiro,
e amo ascoltarlo nelle orecchie
quando affannato dici che godi.
Amo farmi torturare da questo amore
che sento bastardo.
Odio non riuscire a farne a meno,
a meno di te.
Amo guardarti mentre fai le tue smorfie,
e amo amare quella routine che ho sempre odiato.
Amo guardarti negli occhi
e odio non sapere cosa pensi quando lo fai tu.
Odio scappare, sapere che farei avanti e indietro,
avanti e indietro finché non ti trovo per pregarti di uccidermi d’amore fino a quando non senti il mio ultimo respiro.
Odio sapere che il mio ultimo respiro sarebbe dedicato a te.

Impressioni sul mondo

Vorrei entrare negli alberi,
respirare tra le pietre,
osservare il mutamento nelle tenebre dell’oceano.
Assaporare il retrogusto metallico
negli strati del pianeta,
udire il ticchettio in una nuvola
degli atomi che annichliscono nel tempo.

Vorrei rifuggire in spazi ed eoni remoti
che nessuno immaginerebbe,
per non sentire nulla, vedere nulla:
percepire il vuoto;
e poi viaggiare
e spostarsi in ogni punto, quando
un punto era l’unicità della totalità e
cardinalità di un’unica esistenza;

quando poi,
d’un tratto,
spaventosamente,
dall’essere
uno,
capivi
di essere null’altro che tutto.

Come avrai legato i capelli oggi?
Eccoti! Occhi vispi e codine da Pippi.
Ti vedo mentre distribuisci sorrisi
mi metto in fila per ricevere il mio
bello come l’alba d’estate
atteso come il caffé quotidiano.
Ma poi tu canti
mi spiazzi
addirittura ti imbarazzi
Ed accarezzi quelle note come il mare sfiora il lido
Mentre seguo la tua voce come Teseo seguiva il filo.
In questa folle giostra già mi sento un girasole
ma queste sensazioni io le voglio ricambiare
inebriarti totalmente con queste mie parole
e a sorsi dei miei versi vorrei farti ubriacare.
E se ora ne sei ebbra
e questo ti scompiglia
allora sono reo
come lo è quel neo
di esser meraviglia
vicino le tue labbra.