Effettivamente prima dell’uomo
 c’è l’essere e basta. Prossimo a Dio
 in teoria, cupola di un duomo
 meno terreno e più sensuale. Io.

 Ciò che è certo, l’unica
verità consacrata ai giorni
è questa: che mi avvicino
sempre più allo zero
 o all’infinito. Ma non sono
 i voli, le grida dei rapaci
ciò che più mi spaventa,
che mi inganna e si somma,
che si scompagina nel cuore.
Non la mia carcassa agli assalti atroci
di chi mi sopravvive.
No. E’ la paura di non avere te
che m’attanaglia. Che ciò che sento
con violenza, che tu sia mia,
che per questo abbia giocato
la vita, possa svanire.
Che tu possa girarti e dire
un giorno, io me ne vado.

Noi, sempre a cena fra le stelle.
 Ma questi sono i sogni
o gli incubi già detti,
più oltre stanno i versi.

E la mente vaga per decisione
presa d’assecondare il passo infermo
 e non pensare. Ed ogni occasione
è placida neve, è cuore fermo.

Mente dice la mente. Cuore dice
 non ti curar il cuore con la mente
 ma cura e rendi l’anima felice.
Vita vigliacca che non dice niente:
 “Con l’una o l’altra si guarda e passa
 la partita”. Da perdente da vincente
non si sa, non si scioglie la matassa.
Insomma, un participio. Dissolvente.