La prima è stata la libertà.
Quella impalpabile e più pura
mi ha insegnato la parola “futuro”
per morirmi in braccio -a farmi scudo
strangolata dal senso di ingiustizia
che ovunque tutto impregna.

La seconda l’idea stessa
-masochistico gusto a sentirsi sbagliato
perché certo di essere nel giusto.
Ho portato fiero e impavido
i vessilli della speranza e ancora
ho vomitato in silenzio trovandola a terra
morta d’inedia e indifferenza.

Terza, l’abnegazione.
Ho stipulato un compromesso a perdere
stufo degli altri, scoprendomi egoista
-esteta del rimorso- nascosto
in esemplari imperfezioni
e autistiche intimità.

La quarta ciò che chiamo amore,
a nascondere le crepe strutturali
dei pensieri in cui mi rifugiavo.
La quinta queste spoglie mura
in cui ho ucciso il mio entusiasmo.
La sesta un infinito senso di abbandono,
la settima la fatica a ripartire,
l’ottava il vuoto
dentro
sempre.

La nona è la consapevolezza
di aver costruito un labirinto mentale
in cui mi sto perdendo
-la voglia di essere felice.

La decima
spero
sarà un sorriso.