Fulgore

Avevo imparato a svegliarmi e trovare
una compagna sconosciuta
nel mio letto d’algore.
Avevo imparato a darle anche un nome
e poi a farmela amica:
si chiamava Dolore.
Avevo imparato ad ascoltarne la voce
insegnarmi la vita,
la bellezza, l’amore.
Avevo imparato le più gloriose parole
con la cornea annerita
da quel tetro colore.
Avevo imparato che si può far sbocciare
poesia grave ma fiorita
anche nella disperazione.
Avevo imparato che il più torbido umore,
nella più acuta ferita,
è il concime migliore.
Avevo imparato a coglier le mie more
pungendomi le dita
senza guanti né cure.
Avevo imparato a gustarle anche amare,
ché la gola avvizzita
agognava mangiare.

Avevo praticato solo questa passione
per tutta la vita
rimettendoci il cuore.
Avevo creduto che ogni giorno piove,
che non c’è via d’uscita,
che non sbuca mai il sole,
che il dolce della vita nasce solo da una forte
bufera accanita.
E accettai la mia sorte.
Ma un’alba noviza, cocente di sole,
trasforma ogni ortica
in un soffice fiore.
Ricaccia la tenebra e prosciuga dal male
la palude imputridita
in cui usavo soffrire.
Imparai a nuotare soltanto in quel mare
e trovarmi qui a riva,
coperto di sale,
mi secca la pelle e vorrei ritornare
nella pozza ormai vuota,
che non so abbandonare.
Non sente, il tatto, alcunché di familiare:
son rugose le mie dita,
devono ricominciare.

Dovrò reimparare ad apprezzare con calma
la commedia meno arguta,
oltre il solito dramma.
Dovrò reimparare a dar senso alle cose,
alla Bellezza, alla Vita,
persino all’Amore.
Dovrò reimparare a legger tali parole
con la vista abbagliata
da questo fulgore.
Dovrò reimparare che è veleno il liquore
di cui la bocca asciutta
sopportava il bruciore.
Dovrò reimparare a vestire il buonumore,
a ingoiare acqua pulita,
dal commovente sapore.
Rimpiango triste Luna e il suo candore albume:
vecchia guida ora smarrita
e prima unico mio lume.
Ma una nuova compagnia, proietta il bianco sole:
una cicatrice sopravvissuta
al giorno sanatore.
Puntuale ogni tramonto, la mia cara ombra nera
ricorda l’era ch’è finita,
crescendo nella sera.

R.49