Inquietudine (per la Fine di un Decennio)

Agitati venti e tortuose terre ululano tuonanti;
il cammino si restringe
nella feritoia della gola,
quando corpo e mente mentono
a chi li indossa.

La luce trapassa e non irradia,
l’occhio vede ma non osserva,
l’orecchio sente ma non ascolta,
la bocca parla ma nasconde
e le mani toccano, ma non assaporano.

Astio e frustrazione,
sento la schiena cingolare
e la Passio si incrina,
vacillìo inevitabilmente dolce
a chiudere amaro pasto.

Celati gli animati cancelli,
erte mura e assordanti silenzi
infettano il nido,
mai fu più stretta dimora
de lo focoso spirar d’animo mio.

Respiro,
riprendo una faticosa salita
e con caro sguardo recupero pian piano,
se da un lato corro a meta
d’altra parte m’incateno alla tranquilla monotonia.

Porgo continua guancia al Dest(in)fame schiaffo
che punge spino al cuore;
rasento follia forse
se chiedo quiete ove non ci sarà mai,
è l’Arte tumultuosa ad illustrar’ cammino.

Chiudo gli occhi;
sento il passo del Fato
costeggia strofinando le dita,
nel giorno dove la Musica va via
mi si chiederà d’essere artista,
piango, e non Solo…
la fine è vicina,
un nuovo inizio anche,
la speranza sopisce i vuoti
nel mentre l’angoscia sale.

Dalla rupe il capo si volta ad Est;
La Notte è più buia,
ma sento l’Alba sul viso,
spalanco le braccia, un tuffo…
Sono il Tempo.