Non cronico ma subacuto

Mi sono detta mare e ti sei dichiarato foce,
ripetilo più piano che non l’ho capito
quel quadro
l’ho fissato a lungo mentre cercavi le scarpe
quelle giuste per scalare
mi hai poi portata in cima
e non me l’hai spiegato.

Non mi hai mai spiegato nulla
se non scialbe strutture dei carburi,
avremmo voluto piuttosto dormire
ma restavamo svegli
con sempre in mente un piano
o tre tra cui scegliere, guardami
abbiamo gli stessi occhi come specchio,
riflesso del dolore
prato su cui ha piovuto
dove non si distingue l’erba del fango,
così simili.

Un’ultima sigaretta?
me la leggi anche stavolta
la voglia che ho

di fare tutto
e non avere la possibilità
di fare nulla,
dobbiamo correre
siamo in ritardo
di qualche minuto e troppi anni,
non abbiamo tempo
voglio andare più veloce
e la corsa è lunga.

Sei solido, più della Terra,
e io che mi disciolgo
vorrei ora evaporare
come da sabbia asciugata dal sole
dopo una mareggiata

lasciarti riva sicura
e divenire confuso ricordo de
l’intenso e fugace
irripetibile.

Volevo solo pagarti la vodka quella volta
ma io più bevo più ho sete
e siamo ancora qui,
tu resti con me
che sei acqua
resta per me
in una qualsiasi forma.