Poesie



Memore

A coloro che hanno contribuito a creare tutto questo, e a quelli come me che avrebbero voluto vederlo nascere, ma che oggi hanno il compito di mantenerlo in vita, con passione e dedizione

Invecchiate, imbruttite, stanche o annoiate,
Diplomate, laureate, dottorate o espatriate,
Costrette per lavoro e per famiglia,
O da doveri più forti rispetto a ieri:
Quante sigle oggi non ci sono più!
Non leggerò mai i primi versi
Dei pionieri, oggetto di scherno
Ed esposti al ludibrio fiorentino,
O quelli di chi solo ha fatto uno o due
Giri di giostra prima di me…
E quante ancora se ne andranno
Disviando da questa strada
Che unisce tante anime inquiete.
Sorelle ditemi, vi prego: che fu
Di tanto grande a portarvi via?
Io non lo saprò mai, ma ho vent’anni,
E non posso biasimarvi: se sono
Qui è anche colpa vostra, antiche sigle,
Mai dimenticate. Io vorrei parlarvi
So che avrei molto da imparare
Da chi si è dato da fare per una
Questione che non riguarda poi
Tante persone, quella della poesia
E della sua emancipazione,
Che non porta né soldi,
Né potere o altri cliché,
Baluardo di speranza in un mondo
Che alcuni oggi pensano sia piatto:

Serve aggiungere dell’altro?

Il sogno della sera

Mi piacerebbe che il mondo, me escluso,
Si congelasse di un tratto
E per un anno intero, un solo lungo anno,
Mi lasciasse riposare.

Potrei mangiare il cibo che trovo qua e là,
leggere ogni libro a disposizione.
Camminando lentamente
Potrei arrivare fino al mare.

Poi, invecchiato di un anno, potrei assistere
Al lento scongelamento del mondo.
Certo, ci sarebbe molta erba da tagliare 

E coloro che si sono congelati
Durante l’aperitivo, sarebbero tristi
Di trovare ghiaccio sciolto nel bicchiere.

Fra i miei trascorsi

I percorsi lungo i corsi
dei miei sorsi …
Dopo che risorsi,
poche scuse, molti sforzi.
I segni attorno ai polsi,
la fame, le botte e i morsi:
ho raccolto il peggio
dei miei giorni
e ne ho fatto
corone d’alloro,
tributi ai miei morti.
Nei ricordi dei miei ritorni
ci sono scarpe rotte,
pause brevi, duri colpi,
bende sulle ferite,
lividi e denti rotti,
ma pochi pianti
e zero rimorsi.
Pensieri contorti,
notti insonni,
inseguono i miei giorni.
Ma passati gli intoppi,
le ingiustizie e i torti
per i pregiudizi vostri,
mi restano sempre
altri orizzonti,
rotte sconfinate
per navigare i sogni
e condurre l’anima
libera a nuovi porti.

Vorrei un gin

Non so cosa ti farei adesso.

Forse ti scompiglierei tutto.

Vorrei prenderti la faccia e disordinarla.

Cambiarti i connotati.

Guardati.

Guadami.

Sono un fiume.

Sono un lume.

Ferma in questa pattume.

 

Dimmi basta.

Dimmi quando devo andarmene.

Dimmi se hai grucce per le tue fisime.

Se hai bisogno te ne presto un paio,

così le appendi,

per quindici minuti.
 

Vorrei morderti il labbro,

il polso.

Vorrei ucciderti in un sorso.

Vorrei un gin,

per ogni volta che ti ho rincorso.

Ho il fiatone,

curva su me stessa,

in piedi in mezzo alla piazza.

Ho le mani sulle ginocchia,

e non so cosa ti farei adesso.