Poesie



Smetterò di fare
il poeta nervoso
e finalmente sarò
poeta fallito.
Senza un’idea su tutto
senza poter criticare tutto
per diletto
e per convincermi.
Ricorderò la tensione al grande
che sempre tale sarà rimasta
e saprò farmi bastare
le piccole gioie
e il saper citare colto
magari in latino.
Riderò del mio diletto
per i tempi tronchi
e gli accenti sull’ultima,
per aver preferito sempre
il semplice al remoto.
E
per aver spostato il discorso
paventando i miei eccessi
di precorritrice nostalgia.

Sono i miei anni
quelli in cui ognuno si ritaglia
senza fatica
una dimensione personale
attento che essa
sia universalmente condivisa.

Al pari, sono anni di resistenza
vellutata, soffice, come soli sanno fare
i figli dei figli dei maestri:
miei coetanei, conterranei, consanguinei.

Sono anni strani, anni in cui l’io
è subordinato al voi
o al loro, se è con me che parli.
In questi miei anni strani
ad ogni azione
patisce e pretende
un’azione
uguale e contraria.

Solo in questi anni
l’attività ha per attributo
la leggerezza dove contano gli aggettivi
ed è il pesante nel campo dei nomi.

Ma il fascino vero,
terribile come il vero,
sta nell’avere per guida
un futuro lontano, oltre la vista.
Un futuro che non è compimento del presente.
Un futuro che non ha legami col presente.
Un futuro che sta semplicemente al di là
di un vallo
che non esclude tanto il guardo
quanto-