Poesie



Ho questo che è incolmabile.
Una solitudine costosa può fare grande il cielo
Questo è il prezzo, contraltare silenzioso
di un candido sbiancare.

Tutto questo attendere, attendere

che solo colma il vuoto
Attendere s’attende, tutto s’attende
l’arco pur si tende

la freccia non ritorna
la notte non ingiorna.
Preferisci che nasconda
il navigante il navigato umore
Che non trova mai la sponda?

(Ti ho letta ne riflettere incostante
Della luce nelle quattro settimane.
Ti ho letta nel ruscello.
Dormiente, ero io, eri tu la dolce Ofelia?)

Ricordo ancora le ginocchia doloranti.
Ahi ahi ahi, livide d’amore.
D’amore e pietra.
Dolcezza e spigolosi urti.
Ecco ciò che assieme non dà pace.

–  Sono io che sono troppo che volendo troppo poco
Vuol anche dire. Ma più troppo che straripa sono,
che tracima e s’ingarbuglia. –

–   Eppure, è l’evidenza, il tuo canto è più pulito.
Attraversa senza vetro la luce la finestra,
questo vorrei dire. Le note son precise. –

–  E sai anche quant’è complesso lo spartito,
quanto è lontana la nota che ricerco?
La nota è verde, si chiama la Speranza.
E sai cosa altro ci vuole per colmare tutto quanto? –

Torna un’altra primavera non uguale

 più esperta, solo le canzoni rimangono le stesse

 come i versi incisi nella memoria altera, lei

essi non alteri, alterati sì però dal limaccioso

 fiume dell’inverno che spesso ne ha coperti

 tratti lunghi e brevi di spessa neve

 di un candido e lucente oblio.

“ Prendimi qualche volta” penso e spero

 ma è un segreto che non sale mai alle labbra

“ pensami piuttosto” – il sole fa chiarezza –

questo mi è rimasto giacché non è che io

non te ne dia occasioni – non motivi –

quelli me  li canto nella mente e tu nell’astio

“pensami perchè possa pensarti io

perché io non sia solo” curioso come sono

 di sapere – ecco, un segno almeno –

che gesto compi, nel letto, la mattina sola

se mai nel dormiveglia un brivido ti prende

o a tarda sera quando la parte più debole si arrende.

Leggevi Foscolo – Mai più toccherò le sacre sponde –

dicevi,

ma non c’è differenza di terra, sia sangue sia bandiera

nel forzato addio o negli accesi intenti

radunati a schiera, che fan di te una sposa

 o una chimera.

 

 Effettivamente prima dell’uomo
 c’è l’essere e basta. Prossimo a Dio
 in teoria, cupola di un duomo
 meno terreno e più sensuale. Io.

 Ciò che è certo, l’unica
verità consacrata ai giorni
è questa: che mi avvicino
sempre più allo zero
 o all’infinito. Ma non sono
 i voli, le grida dei rapaci
ciò che più mi spaventa,
che mi inganna e si somma,
che si scompagina nel cuore.
Non la mia carcassa agli assalti atroci
di chi mi sopravvive.
No. E’ la paura di non avere te
che m’attanaglia. Che ciò che sento
con violenza, che tu sia mia,
che per questo abbia giocato
la vita, possa svanire.
Che tu possa girarti e dire
un giorno, io me ne vado.

Noi, sempre a cena fra le stelle.
 Ma questi sono i sogni
o gli incubi già detti,
più oltre stanno i versi.

E la mente vaga per decisione
presa d’assecondare il passo infermo
 e non pensare. Ed ogni occasione
è placida neve, è cuore fermo.

Mente dice la mente. Cuore dice
 non ti curar il cuore con la mente
 ma cura e rendi l’anima felice.
Vita vigliacca che non dice niente:
 “Con l’una o l’altra si guarda e passa
 la partita”. Da perdente da vincente
non si sa, non si scioglie la matassa.
Insomma, un participio. Dissolvente.