raccolta

memoria

Psiconautilus

[039.361]

Nell’involucro sfatto del letto
resto steso, freddo nel petto,
appeso a quell’ultimo brandello
di sogno felice, dolce-stanco,
che mi avvolgeva un momento fa.
Sono sveglio ma mi trattengo,
indugio sull’abisso del passato,
quelle scene che ho sognato
dove eravamo giovani debosciati,
due cani randagi e scalcagnati
in cerca di roba e opportunità.
Dove conduceva quella sporca strada
lo sapevamo, ma non ci importava,
ciò che volevamo era il “tutto adesso”,
zero pazienza, nessun compromesso,
“mani in alto questa è la maturità!”.
Ti cerco ancora, sempre più spesso,
ora nella notte sepolto, ora da sveglio,
nel susseguirsi di giorni uguali,
così banali-ordinati, così lontani
da quelli che vivevamo nell’eccesso.
Ma non conta cosa si diviene col tempo:
quando chiudo gli occhi eccoci là,
eternamente rabbiosi, fatti di fumo
e di sogni infantili lasciati a metà.

Psiconautilus

[027.211]

All’ombra arida del parcheggio
ci succede di mescolare al deodorante
l’odore selvatico del nostro sesso,
a un mio errore la tua provocazione
e così un disegno di corpi è tracciato
contro lo sfondo dell’urbana banalità.
La carrozzeria lucida, cromata
la nostra pelle umida, sudata,
tutto diventa fuoco in movimento,
un frutto scomodo ma prelibato,
jeans strappati, lividi dentro,
un paradiso pagano rivelato
nella periferia vuota della città.
Perchè qui, perchè proprio adesso.
Non c’è da capire, lasciamo scomparire
ogni cosa all’infuori di questo:
due anime si cercano, si pretendono
e si trasformano in supernova di felicità.

Psiconautilus

[039.240]

Il nautilus ha la forma della spirale,
un cerchio che si chiude sempre uguale,
che scende, si attorciglia e poi risale,
abbracciando pezzi d’infinito dentro sè.
Non importa dove si parta o dove si vada:
nel nautilus sei sempre al centro perfetto
del tuo ego, sempre perso su quella strada
che qualcuno chiama spesso “l’anima”.
Tutto è un poco vero e un poco falso,
il dove cado è anche dove mi rialzo,
la prospettiva inganna l’orientamento,
il sopra è anche il sotto se lo osservo,
capovolto, all’altro lato dell’eternità.
Ciò che hai voluto, ciò che hai subito,
gli amici persi e quelli che hai tradito:
basta guardare il tuo specchio di traverso
per capire che sei la tua stessa vittima,
basta avere il coraggio di svelare
cosa nasconde la maschera del viso
per cadere nell’abisso di altre identità.
Il nautilus è un’allucinazione, un’ideale:
un altro modo di raccontare l’essenziale,
l’umana illusione di ottenere l’immortalità.

Psiconautilus

[009.138]

Chi è stato un reietto lo sa bene:
gli sguardi della classe sono catene,
ti si avvolgono al collo, ai polsi
e fanno star male quelli come noi.
Un neo, una cicatrice scura sul petto,
una brutta faccia, un corpo imperfetto,
subiamo come condanna ruvida la pubertà.
Gli altri hanno forza, fulgida eleganza,
eppure poca decenza e nessun rispetto
per chi si sente bello solo nell’oscurità.
Giada ha occhi grandi, troppo distanti,
scherzi villani e insulti da sopportare:
“faccia di pesce”, “tornatene nel mare”,
la borsa e le sue cose sul pavimento,
nessuno che le mostri un po’ d’umanità.
Guardo tutto questo, sopporto lo scempio,
ma dopo poco perdo il sangue freddo:
fra noi reietti vale l’implicito rispetto
di chi condivide umiliazioni e crudeltà
e quegli scherzi che la perseguitano
mi fanno tremare di rabbia e sdegno.
Più tardi puniranno questo mio intervento,
uno sgambetto, un pugno sotto il mento,
ma per un attimo, gli occhi di Giada
s’illuminano di una felicità insperata.
E io sento che siamo meno abbandonati,
che gli sfigati sono i veri eroi
nella sciocca guerra di questa fragile età.

Psiconautilus

[002.062]

Qui è un corridoio d’ospedale:
le porte hanno vetri opachi,
colori spenti, sguardi amari
e cose che odorano di “mai più”.
Camici bianchi stanno negli spazi,
fantasmi di pensieri sospesi
fra la visita solita del dottore,
radiografie che frugano l’aldilà
e il terrore che avvelena la serenità.
Perché rimango quieto nonostante
fredde mani facciano segni su di me?
Chi attende al centro della stanza
un cuore nuovo e l’inutile speranza
di scappare incolumi via da qua?
Non so, non me lo chiedo, non importa.
Me ne sto sul letto, fra paura e tedio,
con la mamma e i suoi angeli alla finestra,
un dio noioso che mescola e dà le carte
e il diavolo infermiere che tenta il papà.

Psiconautilus (Preludio alla navigazione)

[000.000]

Luce grigioamara del pomeriggio,
nella stanza c’è un buon silenzio,
dentro la testa non urlano più.
Bisogna cambiare un’altra volta.
Livida superficie di specchio,
mi guardo ma non mi rifletto,
le labbra chiuse sono scoperte,
i denti brillano senza sorriso,
la coscienza va dove non può.
S’apre la finestra della memoria,
non importa dove o su cosa finirò:
basta cambiare, ricominciare
qualche cosa, una nuova storia
per trasformare dubbi in realtà.
Libero l’esistenza dal suo dolore,
come medicine scadute in fondo
a un cassetto, cadono fuori pezzi di me.