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Open-eyed Dream

Not forced to scream nor gather at widescreen
it is better rather to entail loneliness at play,
while blessed shades shape mess
in strains of desire to claim.
Allow yourself at gaze,
nonfear of shadows and blaze,
dancing the ecstasy of the soul amazed.
Beauty from a cage, sorrow out of age,
poundering damage into wisdom,
squizzling out thorns of golden rage.
Self consciousness comes bright again.

Lo spettro del padre allo specchio

Apre la bocca ma non proferisce parola,
Elettra tanto tosta quanto sola,
nella fretta il suo sguardo elettrico saetta
senza sosta, vola lontano, non si posa
né tocca con mano alcuna cosa, dimora
nell’antica ora, quella riposta nel tempo
delle origini ove cerca risposta, dei corpi danzanti
e i pensieri vergini gettati in seno alle vertigini e al sangue,
al vizio osceno che lambisce e langue vendetta
sul precipizio della carne derisa, redenta.

Orgoglio si frange tra inconsulte risa,
nel riverbero spettrale del nome dissacrato,
come cerbero affamato e fedele già rinchiuso
nelle segrete della casa paterna,
celato al mondo, giù, di guardia alla caverna
ove sempre riecheggia ruggendo il rancore,
come ruggine sulla superficie del presente..
e il volto ridente di Beatrice, ne risente.

presto senza resto

Tutto accade, come se non ti avessi mai incontrata.
Ritorno per le strade, al mio andamento, sai,
quello scorrere del giorno lento e in controtempo
senza il tuo sguardo addosso
a corrompere la mia discesa al fosso
infero da cui estraggo la saggezza del rimosso
e trasformo il rimorso nel ricorso
al punto zero ove origina il pensiero
e il desiderio di un pieno di vita
da cui intravedo in salita una solitaria via d’uscita
– intanto, tu, sei già sparita.

Un lampo s’accese, poi niente. Nessun tuono né temporale.
Una dipartita senza suono, consensuale.
Non resta che il perdono ed il ricordo di un futuro incidentale.

Ed ora andiamo
d’una felicità arrogante
tenendoci per mano,
camminando, ma a passo
di valzer, extra vaghiamo
nel cosmo fin quando
avremo eletto sovrana
la fonte di luce rotante
quasar pulsante da sintonizzarcisi
come dervisci a danzare
la catarsi, nel darsi
perpetuo ed inquieto
d’intarsi d’oro nel vento.

sur-Pride

Riscoprirsi amanti, imbarazzati
per l’eccedenza, lo sproposito
di spasmi e spinte d’esistenza
dinanzi agli sguardi sprezzanti
di una comune convivenza su basi
rassicuranti.  Potevo fare senza
i contanti, ma se mi avessi dato
un paio di guanti bianchi
ti avrei fatto sentir la consistenza
di calamaio e sogni infranti.
E corallo e arcobaleno e tutti i santi
a celebrar la connivenza delle costanti.

via da dystopia

Ognuno era diventato il secondino di se stesso.
Navigando nel vasto mare del progresso,
l’umano aveva digitalizzato tutto, fino al sesso.
Niente di così tragico o brutto, per adesso:
l’amico era un contatto sul datamind,
l’autostima conseguenza dei followers to buy.
Non esisteva un prima, non si dava un dopo.
Aveva vinto la società del controllo senza scopo.
Non serviva la carne, nemmeno più il con-tatto
bastava un avatar artefatto, creatura perfetta
d’intatto rispetto: la corteccia accesa intanto
in network rizomatici si espandeva per diletto.
Detto, e presto fatto: tutto fotonico, pure artificiale.
Umano, bestia ad obsolescenza da comandare,
la morte, vezzo di specie da superare.
Non auspici ma dispositivi informatici sottopelle
– nessun senso del silenzio, non delle stelle.

Sognatore ribelle, osò trasgredire al game
reinventando un mondo da una cosa sola:
inesauribile parola. Parola fatta non di cavi
e schermi ma di nervi e sentimenti, parola
che s’invola per meglio vederci.
L’evoluzione come trapasso verso un senso compiuto.
Da un sogno caduto si leva la coscienza,
tien mano alla tecnica e a spasso la porta
fino a trascendenza: cibernetica, sagoma estetica, apologetica del patire, sutura
di cuore sinapsi e psiche, da cui ripartire.

pensavo fosse un lampione invece era la luna

Gli occhi suoi,
quando meno li aspettavo.
Una tigre che mi dormiva
dentro, e fuori io che non sapevo.
Furore a generarsi a poco a poco,
fuoco aizzato dal vento
in quel frangente di stupore e spavento,
scardinò le porte del tempo;
soffiò via la bruma
dallo sguardo nel risveglio
e mi fece dono della visione:
ora al buio ci vedo meglio
e ho rimpiazzato la televisione
con il motore dell’immaginario
in azione.

pensavo fosse la luna invece era un lampione

Sognavo le tue labbra di lampone,
ti dormivo accanto senza orgoglio
né ragione, senza orologio
né padrone. Tutto l’oro
del mondo nello sguardo
ma nessuna parola per estrarlo.
L’estro, addestrarlo a fondo per provarti
che potevo reggere il colpo
dei tuoi tentacoli da polpo,
della cantilena del tuo sentirti sirena
o di quel ghigno ostile che
scambia l’umile per vile.
Ma non sapevo reggere le acquoree
profondità del sentimento:
ci annegavo dentro e tu
mi de(te)stavi a piacimento.

a te che suonavi una foglia di fiore

Nel riflesso di fiume sfogliavo i ricordi
il tuo volto che m’incalza, il ritorno
ai primordi: lo sguardo incantato
che ti rivolsi. E il tempo
si fermava, e mi tremavano i polsi:
e avevo sete di te e mi riscoprivo
amante.

flash on

Everybody’s changing codes anytime,
second after second, new waves to combine:
channelling paths weave together, embraced
by silicon and electromagnetic weather,
challenging people’s urge to understand.
Second-hand broadcasts feature
our neural network, meanwhile
we feed the plot of work more and more
with techno pills and pleasure:
to carry on in career,
the only fucked-up leisure.